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Concutelli libero: da Lotta popolare ai Gruppi d'azione ordinovista/2

(umt) Sulla liberazione di Concutelli si è ovviamente scatenato l'inferno. Battuto ancora il record di contatti (293 in un'ora). Il cellulare è oramai scarico e quindi finirà la caccia alla notizia in più da parte di tanti colleghi. Ma la storia è semplice: Concutelli non ha la forza e le energie di parlare e quindi tocca limitarsi al rimpasto della notizia. Intanto proseguiamo con la sua storia. Qui potete leggere la prima parte e qui la terza e la quarta: il testo è ripreso da Fascisteria (Sperling & Kupfer 2008) 
In quei mesi - secondo il “pentito” Sergio Calore - Concutelli avrebbe animato il Fronte unitario di lotta al sistema, banda armata di area ordinovista, responsabile di attentati a Roma[i], in Calabria e in Sicilia (dove il Fulas diventa Fronte unitario di lotta arabo-sicula)[ii]. Concutelli è ancora attivo nel Msi: in primavera si candida al Comune di Palermo ma è bocciato con meno di mille preferenze. Il giorno del voto, il 15 giugno, è in cella per una rissa elettorale. Ottenuta la libertà provvisoria chiede un permesso e a luglio si trasferisce in Puglia dove organizza il sequestro di un giovane banchiere, Luigi Mariano. I rapitori sono presto identificati.[iii] Lillo si rifugia nella base romana di via Sartorio (un locale che An ha messo a disposizione della Milizia rivoluzionaria). Sviluppando una scaletta di Delle Chiaie stende un documento sul soldato politico che è sequestrato dopo il blitz di dicembre nel “covo”. Con l'aiuto di un ex marò amico di Graziani, Peppino Pugliese, noto come “l’impresario”, si rifugia in Corsica, a Erbalunga, posizione ideale per il pendolarismo con l'Italia. In questo periodo Concutelli avrebbe partecipato con Delle Chiaie e Flavio Campo - secondo il poco credibile “pentito” Tisei - a due operazioni contro rifugiati baschi in Francia, attentati che hanno causato tre vittime. Da parte sua ha sempre respinto sdegnosamente l’accusa di aver fatto il sicario per la controguerriglia spagnola, ma le ricostruzioni giornalistiche sul terrorismo di Stato anti-basco lo indicano puntualmente tra i neofascisti italiani usati nella prima fase della “guerra sporca” contro l’Eta. Nel 1975-76 una fitta rete di rapporti tra ultradestra italiana, malavita francese, ex-Oas e corpi speciali spagnoli si coagula nelle attività illegali contro la Resistenza basca. E l’avventura “africana” si consuma nello stesso ambiente.
“Lillo” partecipa, come responsabile militare, al vertice in una villa dei Castelli romani e al summit di dicembre a Nizza, dove lo scontro tra Graziani e Delle Chiaie fa abortire il processo unitario[iv]. Il primo[v] contesta al secondo le frequentazioni con gli Affari riservati. Dimentica che ordinovisti hanno preso soldi da Gelli e altri massoni, ignora che i proconsoli italiani, Signorelli e Fachini, hanno rapporti con apparati statali mentre il giovane leader tiburtino, Calore, prima scheda gli autonomi dei Castelli per conto dei carabinieri[vi] e poi, in occasione delle elezioni politiche del giugno ’76 si ritira in campagna con i militanti del Circolo Drieu La Rochelle. Se ci sarà il sorpasso - li ha allertati Signorelli - toccherà menare le mani, insieme all’Arma, per impedire ai “rossi” di prendere il potere. Subito dopo il vertice dei Castelli Concutelli avrebbe ridotto in fin di vita il vicepresidente della Dc cilena Leighton, esule a Roma, e la moglie. Per l’attentato la giunta militare avrebbe pagato 100 milioni a Delle Chiaie. Nessun testimone riconosce Concutelli e il processo finisce con un’assoluzione[vii].
Sul processo di unificazione getta nuova luce alcune lettere sottratte a Zorzi. Nel novembre 1975 gli scrive a Tokyo, da Madrid, “Franco”, che lo saluta con un eloquente “Sieg Heil”. “Per quanto concerne il nostro mondo sappi che non si parla più di collaborazione e coordinamento, ma di unità e fusione non solo col gruppo di Graziani, ma anche con Avanguardia nazionale (...) È in atto la costituzione di una nuova struttura politica giocata tra Delle Chiaie e seguaci, con Graziani e discepoli, e la completa esclusione a livello decisionale degli altri, cioè di noi, a meno che non ci facciamo un po’ furbi e attivi”[viii]. Chi sono gli altri? Gli ordinovisti confluiti nel Msi nel 1969 restando una componente organizzata? O più precisamente la parte che faceva capo a Maggi in Veneto e a Signorelli a Roma e aveva mantenuto attiva una rete clandestina per l’assistenza ai latitanti (a cui Vinciguerra si era rivolto per far espatriare Cicuttini, ricercato per il dirottamento di Ronchi) e di cui, secondo i “pentiti” Digilio e Siciliano, suoi accusatori non creduti per Piazza Fontana faceva parte anche Zorzi?
Dieci anni dopo, in uno dei tanti interrogatori con i giudici bolognesi, Calore si avventura in ricostruzione fasulla, della fondazione di Lotta di Popolo. “Tale sigla, infatti, siamo sempre di fronte a delle sigle, ma in questo caso veniva una volta tanto alla luce più chiaramente che in altre occasioni l’unità sottostante, era più esattamente Olp (Organizzazione Lotta di Popolo). I fondatori furono Signorelli, De Felice, Dantini, Delle Chiaie e Clemente Graziani. L’epoca della fondazione: l’inizio del 1970, periodo in cui Rauti era rientrato nel Msi mentre Graziani e Massagrande avevano fondato il Movimento politico Ordine nuovo e dal Movimento studentesco dell’università di Roma si formavano contemporaneamente le sigle Olp e An (Avanguardia nazionale) già confluita nel Centro studi Ordine nuovo e rifondata da Adriano Tilgher”[ix]. Ma a dar vita all’Olp è la componente dell’estrema destra romana - più piccoli gruppi sparsi in tutta Italia - che si era aggregata nel ’68 dopo il raid missino all’Università. Vi confluiscono avanguardisti come Serafino Di Luia, pacciardiani come Enzo Dantini, ordinovisti come i fratelli Cascella. È discutibile se il cosiddetto nazimaoismo fosse un progetto deliberatamente provocatorio o soltanto velleitario ed ambiguo ma la sua originalità è incontestata. Alcuni dirigenti dell’Olp, come Ugo Gaudenzi e Franco Papitto sono tra i più accaniti sostenitori della dipendenza di Delle Chiaie dal Viminale[x]. Perché Calore, generalmente attento alla verosimiglianza delle sue ricostruzioni, si è esposto a una così facile smentita (anche se i giudici bolognesi si sono ben guardati dal farlo e hanno usato anche questa toppa come mattone del castello accusatorio, per dimostrare l’unicità e unitarietà del fenomeno eversivo nero)? Un lapsus? Uno slittamento della memoria? Una restituzione deformata? È possibile che un gruppo di militanti dell’Olp, disciolta nel ’73, abbia partecipato come componente organizzata all’unificazione tra On e An e che perciò Calore abbia retrodatato un’organicità di rapporti inesistente nel ’70. Segnaliamo alcune coincidenze significative. La prima: Zorzi, definito guardaspalle di Freda, vive per alcuni anni a Napoli, dove hanno luogo, quasi contemporaneamente, due scissioni locali, in Lotta di popolo e in Ordine nuovo, che si definiscono entrambe “strasseriane”, cioè ispirate al leader della sinistra nazionalsocialista, liquidata con le squadre d’assalto (le Sa) da Himmler e dalle Ss nella “notte dei lunghi coltelli” per le “pericolose” vocazioni socialisteggianti. La seconda: il Comitato pro Freda, che nasce nel 1973, ha tra gli animatori il segretario triveneto del Mpon, Arrigo Merlo, già gestore della Libreria Ezzelino di Padova e il leader lucano dell’Olp, Leucio Miele. La terza: in un opuscolo del comitato di solidarietà per “Giorgio” Freda del ’77 (dopo il fallimento della fusione) figura un durissimo attacco a Delle Chiaie definito “provocatore abituale dei servizi speciali italiani, poi avventuriero e ladro di professione. A seguito del grottesco putsch Borghese (...) Delle Chiaie può tranquillamente scappare in Spagna, dove prepara e partecipa a diversi omicidi politici (...) Secondo le ultime notizie sarebbe al servizio di Pinochet”[xi]. Tre coincidenze costituiscono poco di più di un indizio. È meglio allora restare ai fatti noti
Alla fine di settembre ’75 si consuma la rottura con il Msi di Lotta popolare, la corrente movimentista in cui ha un ruolo di vertice Signorelli, proconsole di Graziani in Italia. La causa scatenante è l’uccisione di un ragazzino, il sedicenne Fabio Zicchieri, davanti al portone della sezione Prenestino, roccaforte “popolare”. Signorelli e D’Addio battono i pugni e rivendicano il diritto alla rappresaglia. Qualcuno passa dalle parole ai fatti e il giorno dopo un commando uccide a San Lorenzo, il quartiere più rosso di Roma, un passante, Antonio Corrado, che ha il difetto di somigliare a un leader di Lotta continua, che ha a due passi la sede nazionale. Chi vuole capire nel Msi capisce e avvia le procedure per espellere i facinorosi. Dopo la spaccatura di Nizza anche Concutelli rompe con Delle Chiaie, al ritorno dall’Angola. Nel febbraio 1976 si allontana dalla Spagna portandosi per ricordo un’Ingram, mitraglietta Usa in dotazione alla polizia madrilena e di proprietà di un fedelissimo di Guerin Serac[xii]. Il ritorno in Italia è faticoso[xiii]: Lillo deve ricostruire un’organizzazione dopo la rottura con An, che aveva mantenuto una rete clandestina in Italia con gran parte dei quadri arrestati nel blitz di novembre 1975 (per ricostruzione del partito fascista) e scarcerati alla spicciolata[xiv]. Il gruppo dirigente di Ordine nuovo è latitante all’estero, con uno stile più “sbracato”. In Lotta popolare, che doveva costituire l’organizzazione di facciata del movimento unitario, gli ordinovisti sono in minoranza, anche se Graziani vi ha fatto confluire i quadri coperti. In un paio di mesi Concutelli fonda i Gruppi di azione ordinovista in cui affluiscono i suoi camerati di Catania, la cellula di Perugia, il fortissimo nucleo tiburtino che sotto la guida di Calore si è affrancato dalla tutela di Signorelli. Al Sid basta un mese per sapere cosa bolle in pentola e, a futura memoria, stilla a fine maggio un rapporto su “presunte intenzioni di militanti del disciolto Ordine nuovo”.
Un personaggio capace di grande doppiezza, ai limiti della schizofrenia, Calore. Segnato da una presenza materna soffocante, riuscirà a sfuggirle, sul piano pratico, sviluppando una diabolica capacità di menzogna (e di autoinganno) che gli ritornerà utile sul terreno della politica - e poi della collaborazione giudiziaria - eppure si trascina dentro la scimmia della sua presenza che si manifesta in un’irresistibile pulsione a uccidere (simbolicamente) padri e fratelli maggiori. E in un’evidente paura delle donne che crea la diceria tra i camerati di una verginità che ha il segno dell’omosessualità male occultata. In una discussione/processo imbastito da Marcello Iannilli, nel G7 di Rebibbia, Calore si giustificò: se stava dietro a Valerio Fioravanti nelle sue “ricostruzioni infami e strumentali” era per ragioni di cuore. Il triangolo politico-sentimentale Fioravanti-Calore-Izzo era argomento primario di conversazione all’epoca (la fine dell'83) nel circuito dei carceri speciali per il diffuso, malcelato timore di un suo mutamento in aperta collaborazione (come poi puntualmente accadde per due dei tre protagonisti). La giustificazione fu accettata: chi lo conosceva confermò che già da fuori... Qualcuno ricordò che anni prima, al G9, si faceva massaggiare con i piedi da un efebico militante di Cla. Non era il solo: la fraternizzazione tra “rossi” e “neri” nell’area omogenea di Rebibbia passò anche attraverso una storia d’amore tra un leader dei Nar, bellissimo, dichiaratamente bisessuale e un tozzo (baffi, nasone e pelata) dirigente di Prima linea. Per Calore c’è infine la sfolgorante scoperta della donna, nel carcere di Palliano, la brigatista Emilia Libera che all’uscita del carcere ha sposato.
Dopo un infantile passaggio anarchico, Calore è iniziato alla milizia nel Circolo Drieu La Rochelle. Iscritto alla facoltà di Sociologia e poi, per scelta politica, operaio della Pirelli, è allievo di Signorelli. Quando, trasferito a Roma, il professore allenta la presenza a Tivoli gli affida la struttura ma non immagina che, alla prima stretta, avanzando Concutelli pretese di leadership dopo l’omicidio Occorsio, Calore sarà pronto a tradirlo e a schierarsi subito con il più forte. E’ solo il primo di una serie di giri di valzer. Dopo l’arresto di “Lillo”, infatti, l’operaio vola inutilmente a Londra da Graziani per chiedere la luogotenenza. Al rientro in Italia si sforza di garantire la latitanza di Bianchi, il “Giuda da pascolo” che ha “venduto” Concutelli. Gli trovano una foto del leader di On per un documento falso ma non lo denunciano neanche. Anche nella vicenda di Costruiamo l’azione, divorato dalla voglia di primeggiare, Calore taglia i ponti con la vecchia guardia per poi bruciarsi al debutto militare. Stringe da subito un patto di ferro con il pupillo di De Felice, Paolo Aleandri. Istruiti dalle inquietanti frequentazioni, dalla P2 ai Carabinieri, i due “marcano” a rivoluzionari duri e puri, “figli del ’77”, fautori del fronte unico con l’Autonomia operaia, tentando di imbrigliare e di gestire politicamente le attività del Movimento rivoluzionario popolare, che si specializza in attentati dinamitardi contro obiettivi simbolici del potere (il Campidoglio, la Farnesina, Regina Coeli, il Csm) eseguiti con gran dispendio di esplosivo ma senza uccidere nessuno e rivedicati con parole d’ordine e linguaggio da “sinistra armata”. Avendo operato uno come informatore dei carabinieri, l’altro come agente di collegamento con Gelli, avranno la faccia tosta - da “pentiti” - di sostenere che hanno rotto con i vecchi leader quando si sono convinti che erano subalterni a logiche di potere. Regolati i conti con gli uomini, Calore passerà a farli con l’intero ambiente, ridefinendo la propria identità politica in senso antifascista. Signorelli, il “cattivo maestro”, ne conserva un giudizio positivo[xv]. Freda, che pur si avvale della sua collaborazione per le edizioni di Ar quando già era manifesta la sua “deriva” ne prende le distanze[xvi].(2-continua)



[i] Lo spettro ampio degli obiettivi, mirati e non più circoscritti alla tradizionale lotta anticomunista, e la scelta di operare per campagne coordinate segnano una discontinuità con la stagione stragista e l’ambizione di competere con il partito armato in crescita. Nel gennaio 1975 sono compiuti attentati dinamitardi allo studio dell’avvocato Edoardo Di Giovanni (curatore con Marco Ligini del libro La strage di Stato), all’abitazione del giornalista Willy de Luca e presso la redazione del "Borghese", indirizzato al direttore, Mario Tedeschi. Al “tradizionale” addestramento all’uso d’esplosivo, e al procacciamento d’armi s’accompagna un’intensa campagna di finanziamento attraverso rapine e spaccio di denaro falso nonché una spregiudicata schedatura di militanti “autonomi”, attività nella quale s’inseriscono “scambi di favori” con ufficiali dei carabinieri.
[ii] Nell’inverno-primavera 1975 si susseguono attentati in Sicilia e Calabria, ove il Fulas è animato da Concutelli, Mangiameli ed altri ordinovisti: alla concessionaria Fiat di Catania, al catasto di Reggio, alla redazione dell’Ora di Palermo, alcuni eseguiti in simultanea per dar prova d’efficienza.
[iii] Il rapimento dura un mese e mezzo, dal 23 luglio al 9 settembre. L’ostaggio è liberato nelle campagne di Taranto dopo il pagamento di 280 milioni. A settembre scattano i mandati di cattura contro un manipolo di ’ndranghetisti, Concutelli, i cugini Martinesi (il già noto Luigi e il democristiano Antonio, grande elettore dell’onorevole Pisacci Codanelli) un gruppetto di fascisti toscani: Mario Luceri, già coinvolto nel sequestro Segafredo, Mario Pellegrini, proprietario del bar di Lido di Camaiore, ritrovo dei camerati versiliesi, Elio Fini, fiancheggiatore del Fnr di Tuti. Gli ultimi tre sfuggono alla cattura. Luigi Martinesi accusa il principale: il sequestro doveva finanziare la Milizia rivoluzionaria, Manco sapeva e ne sarebbe divenuto il leader. L’onorevole se la cava con l’immunità parlamentare ma capisce l’antifona e l’anno dopo è tra gli scissionisti di Democrazia nazionale. Martinesi era pedinato da tempo, il suo frenetico attivismo non era passato inosservato. Rapporti di polizia segnalano gli incontri a Catanzaro con gli avvocati di Freda e di Delle Chiaie e con i leader locali di An. E poi un viaggio a Padova (da Fachini) e a Venezia (da Alberini) e l’incontro romano con Tilgher. Anche in Puglia Martinesi ha frequenti contatti con la compagna di Freda, Rita Cardona e stringe rapporti con i dirigenti di An.
[iv] Nonostante la rottura dichiarata, in un documento sequestrato a Londra nel 1977, Graziani conferma “la contiguità tra i due movimenti e la impregiudicata possibilità di azioni in comune nel momento in cui fossero entrate in giuoco decisioni ed azioni importanti’ suscettibili di ‘riverberarsi non soltanto sul Movimento che le prende e le attua, ma su tutto il nostro mondo politico’. Resta la critica all’elasticità tattica di An, portata a “impegnarsi più attivamente e spregiudicatamente, sia a livello nazionale che a livello europeo ed extra-europeo all'acquisizione di piattaforme di ovvia utilità contingenti, ma in qualche modo pericolose e pregiudizievoli”.
[v] Clemente Graziani, giovanissimo volontario a Salò, è un eroe del primo neofascismo per aver tentato di affondare nella rada di Taranto una nave che doveva essere consegnata all’Urss come riparazione dei danni di guerra. E’ uno dei pochi condannati agli inizi degli anni ’50 per le bombe dei Fasci di Azione rivoluzionaria. Fondatore del Centro studi Ordine nuovo, dopo il rientro di Rauti e di molti quadri nel Msi è il leader carismatico del Movimento politico Ordine nuovo. Ripara all’estero dopo lo scioglimento d’ufficio del gruppo. E’ morto nel 1997 in Paraguay.
[vi] Anni dopo Calore lo ammette, testimoniando al processo di Bari, contro Freda, mentre per le Edizioni di Ar aveva scritto La società tecnologica, ritirato dal catalogo dopo il suo “pentimento”.
[vii]Ad accusare Delle Chiaie è Michael Townley, sicario americano al soldo dei servizi segreti cileni. Arrestato per l’omicidio negli Usa di Orlando Letelier, ministro degli Esteri con Allende, collabora con la giustizia americana assicurandosi l’impunità (in Italia sarà condannato inutilmente a 18 anni). Quando l’assoluzione di Concutelli e Delle Chiaie è definitiva, Vinciguerra ammette che nell’attentato “ci azzeccavano” entrambi. Nel 1993 Townley ha riconosciuto nelle foto di Delle Chiaie il suo contatto italiano, quando giunse a Roma nell’estate 1975 per preparare l’attentato. “Mi sono visto poi con Alfredo in Spagna - ha raccontato l’ex agente cileno al pm Salvi - Io stavo in un hotel di Madrid e Alfredo mi disse che in quell’hotel si era incontrato con il colonnello Contreras [comandante dei servizi segreti cileni] e con il generale Pinochet, quando era andato in Spagna per i funerali di Franco” cfr. Bruno Ruggiero Roma: 18 anni al killer cileno, Il Giorno, 27 marzo 1993.
[viii] Mario Scialoja Il nostro cit. , p. 85.
[ix] Giovanni De Lutiis (a cura di) La strage. L’atto d’accusa dei giudici di Bologna, Editori Riuniti, Roma 1986, p. 192.
[x] Dopo trent’anni e una fortunata carriera giornalistica (corrispondente dell’Ansa da Beirut e poi direttore dell’organo del Psdi “L’Umanità”) Ugo Gaudenzi dirige il quotidiano dell’area socialista nazionale Rinascita.
[xi] Comité de solidarité pour Giorgio Freda Giorgio Freda: nazimaoïste ou révolutionnaire inclassable, Ginevra 1978, p. 45
[xii] La rottura avrà strascichi astiosi. Una foto di Concutelli è trovata a Madrid nel laboratorio per falsificare documenti gestito da An. L’avvocato Arcangeli lo accuserà di essere il killer di Occorsio. L’anno dopo Delle Chiaie, di passaggio in Italia, fa cadere documenti compromettenti nei confronti suoi e di Pozzan.
[xiii] Concutelli arriva a Nizza via Corsica. A Pasqua rientra in Italia, grazie a due camerati genovesi, attraversando in auto il “buco di Ventimiglia”. È ospite una settimana da Mauro Meli, referente ligure della Fenice, e giunge a Roma il 22 aprile dove è accolto da Marcello Sgavicchia, un camerata cinquantenne, amico di Peppino “l’impresario”, in un appartamento a via Lanza.
[xiv] Il clima benevolo è confermato dalla sentenza mitissima per ricostruzione del partito fascista. Il processo, aperto con 47 arresti in tutta Italia si conclude a inizio giugno, con 31 condanne (pena massima a sette dirigenti: due anni, per i militanti da 5 a 16 mesi di carcere) e 43 assoluzioni.
[xv] Per Signorelli “Calore, pur se autodidatta, è una mente acuta ed è persona che ha letto molto. Era un operaio ma aveva interessi culturali e un po’ per volta cominciò ad assimilare teorie recenti, come quella dei bisogni, e mi manifestò la sua convinzione che per una efficace lotta al sistema l’unica via fosse quella dell’Autonomia”  cfr. Gianni Flamini Il partito cit. volume IV, 2, p. 498.
[xvi]Non esisteva alcuna affinità tra me e il Calore sotto il profilo dottrinario, ideologico, politico e di temperamento. La visione del mondo di Calore era opposta alla mia, perché Calore era antimetafisico, ateo, razionalista, evoluzionista, progressista, antiautoritario, anarcoide, antinazifascista. Al polo opposto mi situavo e mi situo io. Si esprimeva in termini altamente irriverenti nei confronti dei leader delle rivoluzioni nazional-popolari che io venero: Codreanu, Hitler e Mussolini” cfr. Parla Freda. Ciclostilato con il testo delle deposizioni alla Corte d’Assise di Appello di Bari, L’Aratro, Battipaglia 1986.

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