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7 dicembre: 40 anni fa il golpe Borghese-3: i successivi progetti falliti

Gli anniversari sono un po' come le morti del proverbio cinese. A volte pesano come una montagna, a volte come una piuma. Mi pare che il 40esimo della "notte di Tora Tora" rientri nella seconda categoria. Ecco come ne ho parlato in Naufraghi (Immaginapoli, 2007). Ho diviso il testo in due parti. Qui potete leggere la prima parte e qui la seconda

Nel marzo 1971, in seguito all’inchiesta giudiziaria, Borghese ripara in Spagna ma i progetti golpisti proseguiranno fino al 1974: la rete organizzativa del Fronte, scalfita dal primo blitz, si integra con l’organizzazione di sicurezza atlantica, nota come la Rosa dei venti, che sarà smantellata quasi per caso[. I preparativi saranno scanditi da stragi tentate (il 7 aprile 1973 sul treno Torino-Genova) o riuscite (Brescia e “Italicus”) anche se nella fase finale, mentre mantiene un ruolo operativo fondamentale la truppa neofascista, la direzione strategica è di stretta osservanza atlantista. Al vertice guadagnano spazio personaggi di frontiera con il Palazzo. Il fallimento mette in discussione la leadership di Borghese. Remo Orlandini investe il consigliere regionale andreottiano Filippo De Jorio (che sarà gambizzato dai Nap) alla prima riunione dopo la spaccatura con il “comandante”. Mentre i fratelli Fabio e Alfredo De Felice, con la rivista Politica e Strategia, garantiscono i rapporti con gli ambienti militari, emerge la figura dell’avvocato genovese De Marchi, un consigliere provinciale missino che porta in dote i fondi degli imprenditori liguri. La vecchia strategia sarà riproposta fino al 1974, quando ancora si progetteranno l’eliminazione di personalità governative e sindacali, attentati contro infrastrutture essenziali e ricatti mediante l’inquinamento radioattivo degli acquedotti, con l’uso di giovani extraparlamentari al fianco di reparti militari. Il primo tentativo (che per una coincidenza significativa ricalca lo schema operativo del 12 dicembre 1969: un attentato stragista precede una manifestazione di piazza indetta dal Msi) fallisce sul nascere. Il 7 aprile 1973 Nico Azzi, militante della Fenice, un gruppo milanese di ordinovisti rientrati nel Msi, si fa esplodere tra le mani, nel cesso del treno, l’innesco di un ordigno esplosivo. Gli trovano in tasca una copia di Lotta continua. La manifestazione missina indetta a Milano per il 12 marzo finisce in tragedia: per giorni i quadri di partito hanno rastrellato bar e bische per mobilitare i militanti meglio attrezzati per lo scontro di piazza. Così, quando all’ultimo momento arriva il divieto per motivi di ordine pubblico la situazione degenera subito. Una granata d’esercitazione, lanciata da Vittorio Loi, figlio di un amatissimo campione di pugilato, Duilio, colpisce al cuore e ammazza un poliziotto. Il “giovedì nero” avrà effetti disastrosi per la già debole immagine del Msi come partito d’ordine. La delazione organizzata dalla federazione milanese che consegnerà alle forze dell’ordine due “cani sciolti” servirà a limitare i danni.
Lo stesso attentato del 17 maggio alla questura di Milano (4 morti, decine di feriti) compiuto in solitaria da Gianfranco Bertoli, l’anarchico venuto da Israele, finirà per essere addebitato al “partito del golpe” e alla stessa cellula nera veneta accusata (e assolta) nell’ultimo processo per piazza Fontana. Ma pur svuotando come un calzino la vita di un poveraccio, mezzo ubriacone, mezzo bandito per disperazione, le tracce rinvenute sull’ambiguità del soggetto (un rapporto di collaborazione con il Sid finito nel 1966, una non dimostrata iscrizione a Gladio, un giro di amici anarchici tutti in rapporti ‘strani’ con le forze dell’ordine, compreso il confidente Enrico Rovelli, l’impresario musicale informatore degli Affari riservati con il nome di “Anna Bolena”) non aiuteranno magistrati e forze dell’ordine a rispondere alla domanda più semplice: come ha fatto l’efficientissimo Mossad, capace allora di agganciare in anteprima le Brigate rosse, a farsi passare sotto il naso un anarchico stracciaculo, ricercato per rapina e che girava con un passaporto grossolanamente falso.
I promotori dei tentativi golpisti del 1974 sono gli “amerikani” Edgardo Sogno e Carlo Fumagalli, eroi della Resistenza, insigniti entrambi della Bronze Star, massima onorificenza militare Usa per gli stranieri. I due quadri operativi più strettamente legati a Sogno, Luigi Cavallo e Roberto Dotti, hanno entrambi militato nelle frange più oltranziste della Resistenza e poi nell’apparato del Pci per cui il senatore Pellegrino, presidente della ultima commissione Stragi, avanzerà l’ipotesi che fossero “infiltrati-provocatori” di vecchia data. Dotti, coinvolto nelle indagini sull’omicidio di un direttore Fiat agli inizi degli anni ’50 (opera della Volante rossa) rifugiato in Cecoslovacchia, ricoprirà 20 anni dopo un ruolo ambiguo nel Superclan di Corrado Simioni, l’organizzazione ultraclandestina nata dal Collettivo politico metropolitano in opposizione alle Brigate Rosse [Fasanella-Pellegrino 2005: 11-12]
Il processo per i vari tentativi golpisti – unificato e trasferito a Roma per scongiurare il pericolo che il giudice patavino proseguisse nel disvelare i segreti della rete di sicurezza atlantista da lui scoperta – si affloscia per l’impostazione del pm Claudio Vitalone (che poi farà carriera politica con Andreotti) e del giudice istruttore Filippo Fiore che evitano di collegare i successivi tentativi; smontano le prove delle attività insurrezionali, con la marcia dei Forestali di Rieti e la scomparsa del mitra dall’armeria del Viminale; non incriminano tutti i presenti né indagano sui legami con qualificati settori militari; lasciano impunito il comportamento del comandante del Sid, Vito Miceli, che ridimensiona l’episodio a una rimpatriata tra amici. Secondo diversi osservatori Borghese è lo strumento inconsapevole per bruciare l’ultradestra e lasciare spazio a iniziative moderate. I giudici riducono il golpe a un’isolata manifestazione “eclatante, violenta, ostile”. Negano l’idoneità dello scopo, pur ammettendo che il Fronte aveva costituito gruppi clandestini armati, aggregato altre formazioni, fatto propaganda nelle forze armate, discusso nelle sue articolazioni periferiche del progetto e costituito una giunta nazionale d’emergenza sin dall’estate. In realtà centinaia di militanti, mobilitati per l’ora X, erano in febbrile attesa. Colonne otganizzate partirono da Genova e dalla Toscana, camion di armi e munizioni giunsero a Roma. Orlandini il giorno prima aveva illustrato il piano all’ingegnere Eliodoro Pomar e altri mentre Sandro Saccucci aveva predisposto gli elenchi dei manipoli con i referenti logistici. Nella sua agenda si troveranno riferimenti precisi alla guardia forestale e alla fornitura di armi da parte del generale Ugo Ricci, il massimo esponente delle Forze armate direttamente coinvolto. Altri credono che l’ipotetica strumentalizzazione del “ciarpame” neofascista non abbia avuto importanza, perché i mandanti miravano esclusivamente a creare uno stato d’allarme su cui innestare un movimento militare. Nel 1983 Spiazzi ricostruisce la sua partecipazione, deponendo davanti alla commissione P2:

C’erano due piani di emergenza interna, il primo prevedeva una selezione del personale politico che desse garanzie. Io dovevo aggiornare un elenco di quelli che non fossero simpatizzanti delle opposizioni, cioè Psiup, Radicali, Msi e Ordine nuovo, mentre non c’erano preclusioni di sorta contro Avanguardia nazionale. Quel pomeriggio mi telefonò il mio amico e sottotenente Massagrande, dicendomi che il Fronte aveva organizzato una manifestazione a Roma su invito di un personaggio del governo ma che il loro gruppo si dissociava perché la cosa puzzava. Alle 21 ricevetti un fonogramma in codice in cui mi si ordinava di mettere in moto l’apparato del piano di sopravvivenza, poi arrivò il contrordine. A sua volta la Rosa dei venti fu un’operazione orchestrata da Labruna per liquidarmi.

Mario Tuti, figura di transizione tra la vecchia stagione golpista e bombarola e la nuova stagione dello spontaneismo armato racconta in proposito:

Nel ‘73-74 quando nel nostro ambiente (mi riferisco al ristretto giro pisano, abbastanza autonomo ma con simpatie e contatti ordinovisti) si parlava di colpo di Stato, questo veniva considerato come un golpe bianco, di regime, mirante a mettere fuori gioco gli opposti estremismi e soprattutto a escludere i comunisti. Già c’era stata la storia di Feltrinelli, le Br avevano dato i primi colpi, la storia della Banca dell’Agricoltura con le accuse a Freda, Rauti ci appariva chiaramente come una provocazione e una persecuzione, e noi stessi avevamo constatato l’armarsi dei compagni (ovviamente noi che eravamo in meno li avevamo preceduti) e tutto questo per proteggere gli interessi americani e capitalistici. Naturalmente ciò non escludeva certo il pericolo, e noi e anche alcuni di On l’avevamo denunciato, che gente di destra potesse farsi coinvolgere nell’impresa, magari per fare i lavori più sporchi, ed essere poi scaricata ed anzi colpita proprio per ridare una parvenza di legalità al regime.


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