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7 dicembre: 40 anni fa il golpe Borghese-2


Gli anniversari sono un po' come le morti del proverbio cinese. A volte pesano come una montagna, a volte come una piuma. Mi pare che il 40esimo della "notte di Tora Tora" rientri nella seconda categoria. Ecco come ne ho parlato in Naufraghi (Immaginapoli, 2007). Ho diviso il testo in due parti. Qui potete leggere la prima parte.
Intanto gli apparati di sicurezza, puntualmente aggiornati da tanti militri e civili coinvolti nel piano golpista, seguono da vicino l’attività del “comandante” e del Fronte.  Le adesioni in ambiente militare sono scrupolosamente schedate. A fine ottobre un comizio di Borghese a Reggio Calabria dà il via a una campagna di attentati. In autunno centinaia di missini si dimettono (via raccomandata: a futura memoria giudiziaria) per organizzarsi fuori dal partito allo scopo di ‘reagire’ alle provocazioni dei ‘rossi’: la manovalanza messa a disposizione degli apparati dello Stato, per cautela, figura come fuoruscita. Nelle stesse settimane, i partigiani bianchi si muovono sul piano militare con il patrocinio esplicito di Pacciardi e un più prudente sostegno della destra dc, ai quali una massa di manovra missina non basta.
La manifestazione indetta a Roma per il 13 dicembre (e disdetta all’ultimo minuto) dal Msi e dagli ordinovisti appena rientrati nel partito avrebbe dovuto, secondo Vinciguerra, innestare un “pronunciamento”. La strage – imprevista – a Milano blocca il piano. Il tentativo di scaricare sugli anarchici la responsabilità degli attentati fallisce grazie a una straordinaria mobilitazione della sinistra. La campagna di controinformazione scatenata a partire dal volume “La strage di Stato” rappresenterà un caso da manuale di “eterogenesi dei fini”. Gran parte delle notizie pubblicate erano false, impertinenti, approssimative o di dubbia provenienza eppure sarà raggiunto l’obiettivo di fondo, grazie anche al sostegno del nascente movimento dei giornalisti democratici, di fondare un nuovo senso comune: la strage è di Stato, la manovalanza è fascista. Così, dopo poco più di un anno, gli inquirenti cominciano a mettere sotto tiro gli ufficiali intermedi (i Freda, i Delle Chiaie), sfiorando Rauti (che sarà brevemente arrestato) e senza coinvolgere le centrali operative che riconducono immediatamente agli apparati di sicurezza atlantica impegnati nella guerra a bassa intensità “contro il comunismo”.
Il 4 luglio 1970 sono conferiti i pieni poteri alla giunta nazionale del Fronte per preparare un golpe che punta all’azione congiunta di gruppi irregolari e Forze armate. La notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970, Borghese è bruciato: a operazioni avviate gli sono negati gli interventi promessi. La conclusione giudiziaria, clamorosa, è che non c’è stato nessun tentativo golpista: in realtà autorevoli testimonianze acquisite in altri processi e agli atti di diverse commissioni parlamentari concordano sul fatto storico che quella notte ci fu una mobilitazione di neofascisti, criminali e militari – controllati da uomini chiave della rete di sicurezza atlantica – e che le operazioni furono bruscamente interrotte da un improvviso contrordine, che taluni attribuiscono a Licio Gelli. In prospettiva storica – visto il ruolo giocato dai quadri del Sid, fedelissimi di Andreotti, il generale Gianadelio Maletti e il capitano Antonio Labruna, che registrano decine di ore di conversazioni con dirigenti del Fronte, ma poi forniscono alla magistratura bobine ripulite per non compromettere elementi di punta delle Forze armate – si può affermare che il leader dc, consapevole della svolta internazionale degli Usa – che nel 1973-74 mollano i regimi autoritari mediterranei – sacrifica gli amici compromessi per ricostruirsi una verginità politica e gestire in prima persona la nascente solidarietà nazionale. Il primo terrorista nero a denunciare la connection è Vinciguerra che riferisce di “4mila uomini messi a disposizione in Calabria da Giuseppe Nirta”. Il coinvolgimento delle cosche è confermato da due “pentiti” di ‘ndrangheta, l’ex avanguardista Carmine Dominici e il boss Giacomo Lauro che ricostruiscono i rapporti tra mala e “neri” durante la rivolta di Reggio Calabria del 1970, che provoca in pohi mesi sei morti e centinaia di feriti tra dimostranti e forze dell’ordine. I due sostengono che a provocare la strage di Gioia Tauro (6 morti e 57 feriti per il deragliamento della “Freccia del Sud”, il 22 luglio 1970, otto giorni dopo l’inizio della rivolta) è stato un sabotaggio dei binari, fatti saltare con il tritolo da tre fascio–criminali, tutti già morti per cause naturali. Quanto a Cosa Nostra, sarà il boss Luciano Liggio ad ammettere le richieste di collaborazione. (2-continua)

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